Riflessioni sulla mostra „La solitudine dell’opera (Blanchot)“, a cura di Associazione Ko.Ji.Ku., Genova


Esther Stocker ha esordito alla fine degli anni Novanta con dipinti astratti in cui segni geometrici e griglie ortogonali si sovrappongono su un ristretto ventaglio di colori, ridotto ai soli bianco, grigio, nero. In questi dipinti le griglie irregolari, richiamando il concetto di mimesis non in senso platonico di imitazione della natura ma nella sua accezione di mimetico, di camouflage, hanno lo scopo di indagare le facoltà percettive dello spettatore. Se questo richiama, da una parte, le esperienze della Op Art, dall’altra l’artista di origini italiane se ne distacca, in quando il “camuffamento” non è nascosto ma svelato, palesato attraverso le molteplici irregolarità delle griglie. Esse, espandendosi dalla tela allo spazio, invadono pavimenti, soffitti, pareti di gallerie e musei, divenendo installazioni sensoriali con le quali lo spettatore interagisce: la percezione del fruitore e le sensazioni di straniamento e spaesamento, leitmotiv della ricerca dell’artista, assurgono a protagonisti anche nelle due opere in mostra. Per la prima installazione, la Stocker interviene nello spazio bianco del “tunnel” della galleria con aste nere di diverse misure su pavimento, soffitto e pareti: lo spettatore, circondato da questa ristretta grammatica di componenti proiettate nello spazio, è guidato all’interno dell’ambiente verso la parete di fondo, attratto verso un qualcosa di ignoto e incerto. Con questi pochi elementi la fisionomia architettonica cambia, espandendosi oltre il limite fisico delle pareti. Ciò che interessa l’artista, infatti, non sono gli elementi neri sulle mura, ma lo spazio vuoto tra di essi, la disintegrazione dell’ambiente: l’ambiguità spaziale e l’incertezza percettiva, causate da questa frammentazione, generano solitudine, disperazione, eccitazione.

Nella seconda sala – completamente bianca, vuota ed immersa nel silenzio – si materializza il titolo della mostra su due pareti opposte: “La solitudine/dell’opera”. Da ogni lettera sono proiettati fili neri in diversi punti dello spazio, creando una sorta di ragnatela, che vive e si completa solo con la presenza dello spettatore, anche qui invitato a farne esperienza. È evidente l’influsso delle sperimentazioni italiane del Gruppo T degli anni ‘60, in particolare della lezione di Gianni Colombo, ma anche dello psicologo ungherese Bela Julesz e dello psicologo e pittore italiano Gaetano Kanizsa. Un’altra parte importante della ricerca è quella critico-letteraria, il titolo della mostra, infatti, si riferisce ad un saggio pubblicato da Maurice Blanchot su Lo spazio letterario nel 1955. La Stocker fa propria la riflessione del critico francese, secondo il quale tra autore e opera compiuta si crea una “distanza” – la solitudine – che non ne causa però l’incomunicabilità, ma anzi l’apertura ai lettori e ad una pluralità di significati. L’opera, vivendo di vita propria, determina l’ossessione del suo creatore, il quale non ha nessun potere su di essa, condannato ad un processo infinito di “cominciamento” di altre opere che, una volta terminate, diverranno indipendenti. In quest’ottica, il silenzio diventa protagonista, condizione necessaria per comprendere questa solitudine che poi è anche esistenziale.

La Stocker fa emergere le incertezze dello spettatore, sia nei “giochi” percettivi dei suoi quadri che nelle installazioni spaziali, mettendo in costante dubbio il suo senso di controllo. Non è inverosimile scorgere un parallelo tra l’autore blanchotiano che non ha il potere di plasmare/dominare l’opera – e quindi la “creazione” è un’illusione – e l’uomo che crede di avere il dominio sul mondo, anch’esso illusorio. Il limite dell’uomo, ci insegna la Stocker, è la sua sete di certezze, di controllo, e come lei stessa afferma: “Controllo, è sempre ciò che non abbiamo. Questa è la nostra condizione umana”.
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